Profumo di fiori

Eremori

Tante sono le canzoni ed i brani di musica che celebrano i fiori! Con i testi è più semplice anche se esistono composizioni solo musicali che ne esaltano la bellezza o il significato che abbiamo attribuito loro. Il primo che mi viene in mente è il valzer dei fiori dallo Schiaccianoci di Tchaikovsky, eppoi i Crisantemi di Puccini, il duetto dei fiori da Lakmè di Delibes, Bruyères dai Préludes per pianoforte di Debussy e l’interludio orchestrale di Walk to the Paradise Garden.

Ma la musica può, oltre a suscitare emozioni ed evocare immagini, suggerire profumi e fragranze? Può suggestionarci nella visione di colori opachi o brillanti? Può indurci ad avere la sensazione tattile di un oggetto duro o molle, liscio o burroso, vellutato o ispido? Ascoltate il Catalogue de Fleurs di Darius Milhaud senza conoscere il testo in francese eppoi spero di avere vostri commenti.

Buon ascolto allora!

Sabrina

La contemplazione: concertare con il tutto

In una delle mie letture recenti, per caso, ho potuto riflettere sul termine “Risonanza” che non riguarda solo il suono, le frequenze, le vibrazioni, l’energia, ma anche le persone e le dinamiche tra esse e il mondo. Hartmut Rosa, sociologo della scuola di Francoforte, mi ha aiutato in questo viaggio. Per lui la risonanza è imprescindibile dalla efficacia pedagogica di strategie pensate per solleticare gli animi, per trasmettere entusiasmo, passione, interesse, risposta. In una parola: dialogo.

Ma con chi/cosa?

Tantissimi gli autori di diverse discipline e artisti che nei secoli hanno provato a dare risposta a questo quesito.

Essere in Risonanza con ciò che ci circonda, significa farsi toccare e trasformare; significa essere liberi di vibrare, risuonare grazie a onde condivise le cui frequenze si celano dietro la vista del cielo, del corso d’acqua o il suono del vento. Non è solo l’energia che sprigiona da ciò che di meraviglioso ci circonda a renderci spettatori increduli di tale ricchezza, ma è anche la scoperta di farne parte che ci vivifica: l’esperienza di vivere delle stesse vibrazioni ci fa sentire parte di un tutto armonico, l’essere è coinvolto nella sua sensorialità fisica e biologica. Ci sono delle “accordature” musicali che aiutano questa unità, come quella a 432 Hertz, che vibra con le stesse frequenze della natura e che, proprio per questo, ci permette di sintonizzarci in uno stato più profondo, di attivare capacità cognitive più elevate, come la creatività, l’apertura mentale, la contemplazione, l’accoglienza, la sensibilità.

Michela Chiara

La “mia” Boston

Nel libro di Adrienne Fried Block, Amy Beach, Passionate Victorian, c’è un capitolo che si chiama “Amy Beach’s Boston”. Si parla di una Boston alla fine dell’ ‘800 e inizi del ‘900, dove la compositrice americana aveva vissuto quelli che definisce i suoi “anni felici”, una città estremamente musicale, che aveva favorito la sua crescita come donna e come musicista . Ora immaginate una città in estremo fermento economico e culturale: nuovi edifici venivano costruiti in mezzo al centro storico, tra cui la State House con la sua cupola coperta di foglie d’oro e un parco, il Fenway Park, che andava a risanare le zone paludose, con camminamenti propri dell’epoca vittoriana e sculture che ne celebrava i suoi eroi . Eppoi una sorta di patto tra classe borghese dirigente e artisti, basato sul credo che la Musica fosse l’arte suprema e che elevasse lo spirito dell’essere umano. Questo aveva ovviamente favorito la creazione di una comunità di musicisti e performer di prim’ordine.

La mia esperienza di Boston non è stata così diversa: la bellezza di questa città ancora è impressa nei miei occhi. La sua luce, il vento gelido d’ inverno, l’esplosione delle magnolie a Beacon Hill durante la primavera, le code fuori alla Boston Symphony per i rush tickets che mi consentivano di assistere a concerti di alto livello, e le sue contraddizioni, tante. Come quelle che ancora osservo studiando una compositrice donna come Amy Beach, ancora ora, dall’ Italia, e che ancora non hanno trovato risposte in me.

Sabrina

La poesia e la musica: il popolare che si sublima

Il termine “musica popolare” si riferisce spesso ad un genere di musica considerato di valore e complessità inferiore rispetto alla musica d’arte e che sia facilmente accessibile a un gran numero di ascoltatori, non educati alla musica, piuttosto che a un’élite. Eppure quella che spesso oggi definiamo musica classica del romanticismo era musica popolare, con temi popolari e destinata ad una diffusione maggiore possibile. Era l’epoca della protesta contro le forme del classicismo accademico. I francesi e gli irlandesi cercavano di ritrovare il loro passato celtico, i tedeschi e gli inglesi cercavano la loro autonomia culturale nella civilizzazione medievale contro l’egemonia della cultura francese e modelli dell’arte greca e romana. Schubert e Brahms hanno spesso usato temi popolari ungheresi come materiale del loro lavoro col chiaro intento di renderli sublimi. Le rapsodie, le ballate, le mazurche, le danze dei grandi compositori romantici sono frutto di questo sentire.

Qui di seguito la meravigliosa poesia di William Wordsworth che anticipa in maniera così netta ma altrettanto delicata la poetica del popolare nell’arte.

legge Jeanne F. Clegg
We Are Seven
BY WILLIAM WORDSWORTH
———A simple Child,
That lightly draws its breath,
And feels its life in every limb,
What should it know of death?

I met a little cottage Girl:
She was eight years old, she said;
Her hair was thick with many a curl
That clustered round her head.

She had a rustic, woodland air,
And she was wildly clad:
Her eyes were fair, and very fair;
—Her beauty made me glad.

“Sisters and brothers, little Maid,
How many may you be?”
“How many? Seven in all,” she said,
And wondering looked at me.

“And where are they? I pray you tell.”
She answered, “Seven are we;
And two of us at Conway dwell,
And two are gone to sea.

“Two of us in the church-yard lie,
My sister and my brother;
And, in the church-yard cottage, I
Dwell near them with my mother.”

“You say that two at Conway dwell,
And two are gone to sea,
Yet ye are seven! I pray you tell,
Sweet Maid, how this may be.”

Then did the little Maid reply,
“Seven boys and girls are we;
Two of us in the church-yard lie,
Beneath the church-yard tree.”

“You run about, my little Maid,
Your limbs they are alive;
If two are in the church-yard laid,
Then ye are only five.”

“Their graves are green, they may be seen,”
The little Maid replied,
“Twelve steps or more from my mother’s door,
And they are side by side.

“My stockings there I often knit,
My kerchief there I hem;
And there upon the ground I sit,
And sing a song to them.

“And often after sun-set, Sir,
When it is light and fair,
I take my little porringer,
And eat my supper there.

“The first that died was sister Jane;
In bed she moaning lay,
Till God released her of her pain;
And then she went away.

“So in the church-yard she was laid;
And, when the grass was dry,
Together round her grave we played,
My brother John and I.

“And when the ground was white with snow,
And I could run and slide,
My brother John was forced to go,
And he lies by her side.”

“How many are you, then,” said I,
“If they two are in heaven?”
Quick was the little Maid’s reply,
“O Master! we are seven.”

“But they are dead; those two are dead!
Their spirits are in heaven!”
’Twas throwing words away; for still
The little Maid would have her will,
And said, “Nay, we are seven!”

Gradus ad Parnassum

Foto del Monte Parnaso, Grecia

Le cime del Parnaso si ergono dietro l’antica città di Delfi. Era la montagna sacra ad Apollo e a Dioniso e le Muse l’avevano prescelta come loro dimora. Tra il 1817 ed il 1826, Muzio Clementi, compositore, pianista, didatta e costruttore di pianoforti, pubblica tre volumi del Gradus ad Parnassum; il titolo completo è in realtà The Art of Playing on the Piano Forte, Exemplified in a Series of Exercises in the Strict and in the Free Style (Gradus ad Parnassum, o l’arte di suonare il pianoforte, esemplificato in una serie di esercizi nello stile rigoroso e libero) . Consiste in 100 “esercizi” in forme e stili diversi ed è una vera e propria ascesa al Parnaso, pensata da Clementi per formare “testa, cuore e dita” dei pianisti, come egli stesso scrisse all’editore Härtel di Lipsia nel 1818.

Ed è dunque Gradus ad Parnassum il titolo che diamo ad una serie di eventi dedicati a coloro che hanno deciso di dedicare studio e passione al pianoforte. Il cammino, come ogni cammino è impervio e faticoso, pieno di dubbi ed incertezze, ma anche ricco di scoperte e conquiste. Inutile dire che servono buone guide oltre che buoni camminatori!

Quella irresistibile eleganza

A 8 anni non sapevo praticamente nulla della Francia, se non che i miei genitori volevano andarci in viaggio di nozze e poi per motivi economici avevano sempre rimandato. Avevo visto il film per il quale porto il nome (o almeno così mi piaceva pensare) con Audrey Hepburn: l’effetto che Parigi aveva avuto su di lei era stato per me una folgorazione.

Poi ho cominciato con un primo pezzo di Debussy, eppoi Faurè eppoi Ravel. E ancora Satie, Couperin, Rameau, Saint-Saens, Poulenc, Milhaud, Auric….. Nonostante io abbia nominato musicisti di epoche diverse e di stili differenti, tutti, ma proprio tutti hanno sempre avuto su di me lo stesso effetto: una sensazione di grande familiarità unita ad un desiderio di preservare questi gioielli come in uno scrigno. Cosa devo a loro come esecutrice? La ricerca incessante del dettaglio, la cura del suono e il desiderio di essere sempre elegante. E dunque Vive la France!

P.S. A proposito, poi a mia mamma a Parigi ce l’ho portata 😉

Sabrina

Pillole di bellezza

In attesa del nostro primo evento nel piccolo studio in via dei Sergii, vi proponiamo il video della produzione di Sagra della primavera eseguito a Parigi nel teatro degli Champs Elysees cento anni dopo la sua prima esecuzione. “La sagra della primavera” fu infatti rappresentata per la prima volta a Parigi il 29 maggio 1913 al Théâtre des Champs-Élysées dai Balletts Russes di Sergei Diaghilev, su musica di Igor Stravinsky, con scenografie di Nicholas Roerich e per la coreografia di Vaslav Nijinsky. Quel giorno scoppiò una rivolta tra il pubblico tra cui erano presenti musicisti come Saint-Saëns, Debussy e Ravel.

La versione che qui vi proponiamo riproduce i costumi e gli sfondi di quelli originali.

Elettrizzante, questa è la parola per questo lavoro: sia la partitura che la coreografia vanno ben oltre un rituale o il sacrificio di un essere umano. Ma di questo e di altro parleremo il 6 novembre alle ore 18.





https://www.youtube.com/watch?v=YOZmlYgYzG

Pura Gioia!

Scrivo velocemente per ringraziare di cuore le persone (tante!) che hanno sostenuto l’Associazione Andante con Fuoco con la loro presenza e sostegno al meraviglioso concerto di ieri sera (11ottobre) ai PiniSpettinati, e a chi ha scommesso sul suo futuro iscrivendosi come socio.

Non vediamo l’ora di proseguire questa esperienza nello spazio intimo dello studio di via dei Sergii, e nel tempo disteso dei prossimi mesi, ascoltando, riflettendo e dialogando “senza fretta” su una serie molto variegata di musiche , e che rivela quanto sia di ragione sia di passione è capace di trasmettere un unico strumento suonato da 4 mani affiatati.

A presto! Un carissimo saluto

Jeanne Clegg

“Ho bisogno dell’Altro in quanto Altro per essere in generale uomo in modo umano” B. Casper

Anni fa, mi capito’ di leggere Evento e preghiera di Bernhard Casper.
Non lo scelsi: era tra i testi di esame richiesti dal percorso di studi. Filosofia della religione e Antropologia filosofica ne erano gli ambiti.
Fu cosi’ che ne conobbi il tentativo di “comprensione teologica dell’uomo”:  mi coinvolse moltissimo per quello che di profondamente umano mi trasferiva, facendo della dualità, del confronto e della necessità la concezione fondante l’umano e la sua sacralità.

Fu immediato, per me, in quelle settimane, legare tale concezione e analisi alla “Musica da camera” come condizione privilegiata dell’umanità della musica (Cfr. Spazio all’individualità in un disegno di insieme, ARS, Anno IV n. 2 – aprile 2007: http://www.antonrubinstein.net/assets/anno4-2-apr2007.pdf).

A distanza di anni rivivo le stesse risonanze di allora, arricchite oggi, pero’, dalla consapevolezza e dall’esperienza di ulteriori dimensioni potenti del fare musica-insieme.

Già espressione e condizione, infatti, dell’umanità del singolo, la musica di insieme diventa arena di vita, di crescita, di recupero, di salvezza (in alcuni casi non solo spirituale) se acquisisce anche e soprattutto un valore sociale.

L’Alterità nell’ensemble allora si fa numero, pluralità organizzata, metafora della vita e del quotidiano, possibilità data a tutti perché si possa “sapere” di musica e confrontarsi con l’altro da sé, veicolando energie proprie e comuni per il fine di tutti.

Penso al Sistema di José Antonio Abreu (“El Sistema”, http://fundamusical.org.ve/es/el-sistema.html) che, senza dubbio, rappresenta l’esempio più strutturato e di ampio respiro per numero di ragazzi coinvolti e diffusione nel mondo, che fa dell’orchestra la metafora della società.